L’universo e la percezione delle distanze. Parte I – L’uomo, essere di ristrette vedute

Cari esploratori dell’ignoto, con questa breve prefazione ho il piacere di illustrarvi il percorso che seguiremo in questa indagine. L’intenzione è quella di coinvolgervi in un dibattito secolare — quale è quello sulle dimensioni dell’universo — suddividendo la discussione in tre parti.
Con gli occhi dell’uomo valuteremo, anzitutto, come appare il cosmo visto dalla Terra. Manterremo inizialmente questa prospettiva prioritaria, mentre cominceremo ad abbandonarla solo a partire dalla parte II. Infine, contemplando l’universo in terza persona, tenteremo di sbarazzarcene.
Ci domanderemo qual è il nostro posto nell’universo, quanto esso sia grande, quanto noi siamo infinitesimi. Risponderemo a tutto ciò con una attenzione particolare alla storia della cosmologia, ai personaggi e agli aneddoti che stanno dietro alle scoperte che racconteremo. Se anche a voi è capitato di osservare il cielo stellato interrogandovi sui confini del cosmo, questa lettura potrà risolvere alcuni dei vostri dubbi.

La cultura del primato
La società odierna tende a proiettare l’ego umano sul mondo, amplificandone innaturalmente le proporzioni. Siamo la specie predominante, ma non la più proliferante. Siamo in cima ad una catena alimentare che abbiamo ordinato da noi. Arginiamo la natura e tentiamo di manipolarla da secoli. Si avverte la mancanza di un termine di paragone per l’uomo, che pertanto eredita il primato incontestato dell’esistenza.
L’antropocentrismo fa parte della nostra cultura; ma si tratta di una situazione reale, che di fatto connota la nostra specie? Innumerevoli pensatori non hanno questa visione dell’uomo e nell’arco della storia l’hanno testimoniato nei propri scritti.
Essendo un grande estimatore di Giacomo Leopardi (1798-1837), non potevo non citarlo a questo punto; per questo mi piacerebbe iniziare con alcuni versi tratti da La ginestra (1836):

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente.

In questi versi è racchiusa un’immagine che non saprei meglio raccontarvi: quella di un uomo sconcertato dalla sua esiguità.
La contrapposizione tra la figura leopardiana e la cultura del primato umano sembra non avere a che fare con i nostri discorsi; invece, è un un buon punto di partenza per capire come si è evoluta la visione dell’universo.

Meglio stare al centro
Gli antichi chiamavano “Via Lattea” quella sottile fascia biancastra, dai contorni irregolari, che taglia in due la sfera celeste. Purtroppo, a causa dell’inquinamento luminoso, è impossibile osservarla dai centri urbani; è necessario recarsi in campagna o salire in altura. Nel passato, invece, bastava alzare gli occhi al cielo per ammirarla. Così, nel 1610, Galileo Galilei (1564-1642) notò — con l’ausilio del cannocchiale — che quella debole luminosità lattescente era in realtà composta da una miriade di stelle (fig. 1).Stelle come il Sole.

Oggi, sappiamo che la Terra completa un’orbita ellittica attorno al Sole in un anno e così fanno gli altri sette pianeti con periodi diversi. L’alternanza fra il dì e la notte è dovuta, invece, al moto di rotazione della Terra attorno all’asse polare.
Questa prospettiva — quella eliocentrica — si consolida nella comunità scientifica a partire dal XVII secolo. I germi della rivoluzione astronomica risalgono, tuttavia, al tardo Medioevo; mentre si suole celebrare il suo esordio con la pubblicazione del De revolutionibus orbium coelestium, il celeberrimo trattato con il quale Niccolò Copernico (1473-1543) fornì una valida alternativa al geocentrismo tolemaico.
La predilezione per la posizione centrale traviò persino Copernico, che nel suo sistema concepiva il Sole al centro dell’universo. E lì vi rimase per un bel pezzo.
In un trattato del 1755, sulla scorta delle osservazioni di Galileo, Immanuel Kant (1724-1804) ipotizzò che la Via Lattea fosse un corpo in rotazione composto da una moltitudine di stelle legate dalla forza di gravità. Infatti, non era trascorso neppure un secolo da quando Isaac Newton (1642-1727) enunciò la legge di gravitazione universale.
Si cominciava ad interpretare la galassia come una famiglia di stelle. Lo stesso termine deriva dal greco “galaksías” (γαλαξίας), che significa “di latte”: una chiara allusione alla Via Lattea.
Il primo tentativo di descrivere la forma della Via Lattea e la posizione del Sole al suo interno fu quello di William Herschel (1738-1822). Attraverso un conteggio scrupoloso del numero di stelle in seicento differenti regioni del cielo, disegnò un diagramma della forma della galassia (fig. 2); stimò che il Sole si trovasse nei pressi del suo centro.

Secondo la storia delle osservazioni, sembra ormai chiara la difficoltà — da parte degli studiosi stessi — ad abbandonare la posizione centrale nel cosmo. Insomma, meglio stare al centro.

Sommario della parte II. Alcuni oggetti non stellari, disseminati nel cielo, incuriosiscono gli astronomi del secolo scorso. Hanno una caratteristica forma a spirale e potrebbero trovarsi a distanze non ammesse dai modelli cosmologici dell’epoca. Sarà l’ennesimo errore di misura oppure si tratterà di una scoperta?

Fig.1

Fig. 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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