La sindrome di Bridget Jones!

La sindrome di Bridget Jones!

Quante volte ci siamo ritrovate a guardare il famoso film di Bridget Jones, ripensando alla nostra vita? Ecco, per chi volesse andare oltre alle divertenti peripezie e paradossali situazioni della nostra beniamina, può ritrovarsi a fare una analisi ben più sincera e veritiera, anche di chi ci sta accanto. Il desiderio di trovare la propria anima gemella o il compagno della vita potrebbe diventare, in toni patologici, un vero e proprio dramma vissuto con angoscia. La sindrome di Bridget Jones, viene chiamata in gergo psicologico anuptofobia e riguarda tutte le donne che hanno paura di rimanere single. Questo atteggiamento tende a colpire soprattutto le donne tra i 30 e i 40 anni. Ma a soffrirne sono soprattutto gli uomini tra i 30 e i 45 anni, che con più fatica si emancipano dalla famiglia di origine e devono fronteggiare le difficoltà legate al mancato raggiungimento degli obiettivi di carriera.  In effetti, per quanto riguarda la donna qualche tempo fa, superata una certa età, non avendo raggiunto il fatidico “SI “veniva subito etichettata come zitella. Oggi invece, ha trovato una dimensione lavorativa e professionale propria e quindi il desiderio di creare una famiglia viene messo spesso in secondo piano. Eppure con il passare del tempo per qualcuna arriva il fatidico momento in cui si inizia a mal sopportare la propria solitudine. Per questo motivo, quando il pensiero di trovare un partner, diventa ossessivo, tutta la quotidianità viene scandita intorno ad un unico obiettivo: trovare un compagno di vita. Ma questa ricerca ossessiva viene guidata non certo dai soli sentimenti, ma solo da pura angoscia. Il risultato sarà inevitabilmente catastrofico: pur di non restare zitelle saremo capaci di accontentarci di chiunque. Chi soffre della sindrome di Bridget Jones (o comunemente chiamata anche Sindrome di Calimero) non è alla ricerca dell’amore vero. Le persone anuptofobiche hanno una bassa autostima e la tendenza a mantenere un legame vincolante con i propri genitori, al punto tale da considerare che nessun partner potrà mai essere all’altezza del proprio padre. E’ necessario un profondo lavoro di ricostruzione di se stessi e dei propri “corredi familiari”. La consapevolezza porterà maggiore sicurezza e quindi penso che sia necessario per prima cosa fare i conti con la nostra solitudine, per ritrovare noi stessi. Solo allora potremo riuscire a guardare l’altro come una persona distinta da noi e non come un mezzo per curare le nostre ferite. Solo allora potremmo dire di aver conosciuto il vero amore e magari sperare in un lieto fine.

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