La Grotta del Fracasso a Bella Cortina: probabile luogo sacro nell’antichità

Correva l’anno 1771 e Ignazio Paternò Castello, Principe di Biscari, nelle sue Memorie di Viaggio, riportando quanto affermato da padre Giuseppe Allegranza, descriveva una grande grotta, sita in contrada Bella Cortina di Paternò, detta Grotta del Fracasso o anche Cacciadiavoli o Iaconianni. Una vasta cavità naturale, all’interno di un giardino di proprietà del signor Luigi Cutore Lascasas, nei cui pressi si potevano notare, come attestano le testimonianze storiche, alcuni resti di colonne attribuibili a un’antica costruzione: probabilmente un tempio. Essa era denominata Grotta del Fracasso o della Ninfa Talia: il primo toponimo alludeva al fatto che i visitatori, entrando nell’anfratto, potevano udire il rumore delle gelide acque le quali, dopo il disgelo delle nevi dell’Etna, si precipitavano vorticosamente a valle, l’altro ricordava la mitologica favola della Ninfa Talia che aveva concepito col Dio Adrano i due gemelli Palici. Il sito, come ha riportato il canonico Gaetano Savasta autore delle Memorie Storiche di Paternò (1905), già nel secolo scorso non era più accessibile in quanto dei lavori agricoli ne avevano occluso l’ingresso. Giuseppe Allegranza in una delle sue esplorazioni archeologiche, accompagnato dal Barone Raimondo Garcia Moncada, dal doctor fisicus Vincenzo Chisari e dal sig. Gaddi, regolatore delle acque, si recò nel podere del Cav. Antonio Gaudio, al tempo proprietario del fondo dov’era sita la Grotta. L’Allegranza procede con un piccolo esperimento mettendo della paglia, nelle acque sotterranee della cavità, che subito riemerge a pochi centinaia di metri in due laghetti collegati, attraverso una zona paludosa, al Simeto. Di questa Grotta si sono occupati anche altri studiosi come Antonio Nibby, membro ordinario dell’Accademia romana di Archeologia, Salvatore Lanza, Francesco Ferrara, abate e professore di Fisica nella Regia Università di Catania, il tedesco Friedrich Münter, che la descriverà nel suo Viaggio in Sicilia, G.P. Rampoldi, (Corografia dell’Italia,) e lo speleologo Salvatore Spinelli (1887). Partendo dalle suddette testimonianze storiche, attraverso delle analisi comparative con altri siti dove a certe cavità naturali, collegate allo scorrere delle acque, corrispondono dei luoghi di culto, alla luce anche da quanto attestato, oggi,  dalle ricerche nel campo delle Geoscienze,  dove si tende a mettere in correlazione geositi moderni e antichi santuari, si potrebbe ipotizzare che la Grotta, nota nell’antichità per il grande fragore delle sorgenti che ivi convogliavano, dando luogo, addirittura, a un fiumicello (Catalfano)  in parte sotterraneo che sfociava nel Simeto,  doveva essere uno spazio sacro. Solo le ricerche archeologiche, una volta individuato il sito, potrebbero chiarire, definendo la cronologia, nonché la tipologia, degli eventuali reperti ritrovati, la sua vera funzione nell’antichità.

 

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